Lo stadio Artemio Franchi: un secolo di storia nel cuore di Campo di Marte

stadio Artemio Franchi

C’è una differenza sostanziale tra uno stadio dove si giocano le partite e uno stadio che è diventato parte di una città. Il Franchi appartiene alla seconda specie. Basta la sua sagoma, quella linea netta e inconfondibile, per capire di trovarsi a Firenze e in nessun altro posto.

Il sogno di un marchese

Prima ancora della struttura naturalmente, c’era un’idea. Quella di Luigi Ridolfi, primo presidente della Fiorentina, che fin dalla fine degli anni Venti sognava per Firenze un impianto degno delle ambizioni della squadra. All’inizio si era pensato alle Cascine, poi quell’ipotesi tramontò e la scelta cadde su Campo di Marte, un’area del demanio militare dove un tempo atterravano gli aerei. Fu proprio lì, sul terreno di un vecchio aerodromo, che nacque uno degli stadi più belli d’Italia.

A disegnarlo venne chiamato Pier Luigi Nervi, un ingegnere che di lì a poco sarebbe diventato uno dei nomi più importanti dell’architettura italiana del secolo. L’inaugurazione arrivò il 13 settembre 1931, con un’amichevole contro gli austriaci dell’Admira Wien. I lavori, complice la fatica di trovare i fondi, procedettero in due tempi, tra il 1930 e il 1932, con l’obiettivo di avere quanto prima una struttura utilizzabile, anche a costo di completarla per gradi.

Un capolavoro di cemento

Il fascino del Franchi non sta soltanto negli anni che porta sulle spalle, ma in come è fatto. Fu la prima opera a dare a Nervi fama vera nel mondo dell’architettura, perché riusciva in un’impresa non banale: tenere insieme la bellezza delle forme e la solidità dell’ingegneria, sfruttando le possibilità del cemento armato come nessuno aveva fatto prima. E lo faceva spendendo poco, molto meno di quanto costavano altri grandi stadi europei dello stesso periodo.

Ancora oggi ci sono dettagli che raccontano quel genio. La pensilina che si allunga senza un solo pilastro a reggerla, le scale a spirale, la torre di Maratona che svetta completata già nel 1931 insieme alle gradinate scoperte. Sono gli elementi che hanno reso il Franchi uno dei simboli del razionalismo italiano, un impianto studiato non solo dagli sportivi ma anche da chi di architettura si occupa per mestiere. Persino la sua forma allungata, un po’ insolita, ha una spiegazione concreta: il bando comunale imponeva di ricavare davanti alla tribuna coperta un rettilineo per l’atletica leggera, e da quel vincolo nacque il profilo che conosciamo.

Tre nomi, una sola casa

Come tanti impianti nati in quell’epoca, anche il Franchi ha cambiato pelle diverse volte, almeno nel nome. All’inizio era intitolato a Giovanni Berta. Nel dopoguerra diventò semplicemente stadio Comunale. Solo più tardi, nei primi anni Novanta, prese il nome che porta ancora oggi, quello di Artemio Franchi, dirigente che ha lasciato un segno profondo nel calcio italiano ed europeo, scomparso nel 1983.

Ogni nome è un capitolo di Novecento, e questo stadio li ha vissuti tutti restando sempre lo stesso: il punto di ritrovo dei tifosi viola. Sotto le sue tribune sono passate generazioni intere, notti indimenticabili di campionato e di coppa, campioni di ogni epoca che hanno vestito il giglio sul petto.

Una piazza tra le case

C’è una cosa che il Franchi ha e che pochi stadi possono vantare: vive dentro il quartiere, non ai suoi margini. Non è una cattedrale isolata in mezzo al nulla, ma un pezzo di città incastonato tra le abitazioni, che si muove insieme a chi ci abita.

Forse è proprio per questo che ogni discussione sul suo futuro si accende così in fretta. Il Franchi non è soltanto una struttura da rinnovare, è una memoria condivisa a cui i fiorentini sono legati. E a distanza di oltre novant’anni dalla sua nascita, quel capolavoro voluto da Ridolfi e firmato da Nervi resta molto più di uno stadio. È un pezzo vivo di Firenze, che ogni domenica scende in campo insieme alla sua squadra riuscendo a ribaltare ogni risultato contro ogni pronostico NetBet.it.

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